ANCHE L'OVVIO E' IN BILICO (CARLOS)
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domenica 2 ottobre 2011

Letture

Ritorna "Il Male" la rivista scorretta

La copertina (disegnata da Giuliano) del primo numero del Nuovo Male diretto da Vincenzo Sparagna, da ieri nelle edicole di Roma e Milano e da domani in tutta Italia

Fu l’house organ
del Settantasette
Vincino: siamo sempre
gli stessi, prendiamo
di mira destra e sinistra

MASSILIANO PANARARI
Requiem per il Bagaglino, tempio della satira qualunquista e di destra. E resurrezione, dopo quasi un trentennio, di una storica pubblicazione satirica «di sinistra», Il Male, ucciso (probabilmente) dal riflusso e dall’edonismo reaganiano. Corsi e ricorsi storici, come avrebbe detto Giambattista Vico.

www.lastampa.it

martedì 18 agosto 2009

Addio a Fernanda Pivano


"I miei adorati scrittori americani mi accompagnavano durante la guerra facendomi coraggio con le loro storie". E lei, Fernanda Pivano, la compagna italiana degli scrittori americani, si è spenta in una clinica privata di Milano, un mese dopo il suo novantaduesimo compleanno.

giovedì 19 giugno 2008

I cerbiatti e i coccodrilli

Un giorno due cerbiatti si allontanano dalla radura e si perdono.
Allora chiedono ad una grande quercia la strada per ritornare a casa. La quercia, che conosce tutta la foresta e gli animali che ci vivono, risponde a loro che l'unica via è quella di attraversare un fiume impetuoso, dove si nascondono dei minacciosi coccodrilli. Dopo aver ringraziato la grande quercia i due cerbiatti si mettono in cammino. Arrivano al fiume. Poi decidono di costruire una passerella fatta con dei tronchi d'albero per poter attraversare il fiume ed evitare l'attacco dei coccodrilli. Quindi, armati di grande coraggio, affrontano il pericolo. Durante la loro impresa i coccodrilli cercano di attaccarli divorando con ferocia i tronchi. Successivamente i cerbiatti perdono l'equilibrio e cadono nel fiume. La corrente li trascina lontano salvandoli. Alla fine, grazie al fiume, ritrovano la loro casa lasciando a bocca asciutta quelle brutte bestie feroci!

(Little Max Buick)

martedì 17 giugno 2008

Buon Viaggio Maestro

“Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli starnuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.”
Mario Rigoni Stern - Il sergente nella neve
(s.b.)

Il confine


THE LINE
Il confine

Presi Il congedo a Fort Irwin
e presi un posto al confine della contea di San Diego
era strano essere di nuovo un civile
dopo tanto tempo,
mia moglie era morta un anno prima,
stavo ancora cercando di rimettermi insieme.
Andai a lavorare per il Servizio Immigrazione
con la Polizia di Confine della California

Bobby Ramirez aveva già dieci anni di anzianità;
diventammo amici.
La sua famiglia era di Guanajuato.
perciò per lui lavorare sul confine era un'altra cosa.
Diceva "rischiano la morte nel deserto e sulle montagne
danno tutto quello che hanno al racket del contrabbando
li rimandiamo a casa e loro ritornano:
Cari, la fame ha un potere incredibile"

Io facevo quello che mi dicevano di fare
tenevo la pista stirata e pulita
la notte inseguivo le loro ombre
negli arroyos e nei burroni:
corrieri della droga, contadini con famiglia
donne giovani con bambini piccoli,
ogni notte li aspettavamo nei canyon
per impedirgli di varcare il confine

La prima volta che la vidi
fu nel recinto dei fermati;
incrociammo lo sguardo e lei distolse gli occhi
e poi mi guardò di nuovo.
Aveva i capelli neri come il carbone
gli occhi mi ricordavano quello che avevo perduto
portava in braccio un bambino che piangeva
e io chiesi: "Senora. posso fare qualcosa per lei?"

C'è un bar a Tijuana
dove io e Bobby andavamo a bere
insieme alla gente che avevamo ricacciato indietro il giorno prima.
Ci ritrovammo li, mi disse che si chiamava Louisa
era di Sonora ed era appena arrivata al Nord.
Ballamrno, la tenni fra le braccia
e sapevo che cosa fare.
Mi disse che aveva parenti a Madera County -
se solo lei, il bambino e suo fratello fossero potuti passare...

La notte venne su per l'argine
nella luce polverosa dei riflettori
li inseguivamo con la Bronco
e li ributtavamo giù nel fiume.
Lei si arrampicò sul mio furgone
si chinò verso di me e ci baciammo.
Andando avanti, la camicia di suo fratello si aprì
e vidi lo stemma attaccato sul petto

Eravamo quasi alla statale
quando la jeep di Bobby ci raggiunse nella polvere alla mia destra
accostai e lasciai il motore acceso
ed entrai nel suo raggio di luce.
Sentii che mi muovevo
mi sentii la pistola sotto la nano
restammo li a guardarci negli occhi
mentre lei correva via oltre l'arroyo.
Bobby Ramirez non ha mai parlato
io ho lasciato il confine sei mesi dopo
andando alla deriva verso la Central Valley
facendo i lavori che trovavo.
La notte giravo per i bar
e gli agglomerati dei migranti
in cerca della mia Louisa
coi neri capelli sciolti.

Album: The Ghost of Tom Joad - 1995
Copyright © Bruce Springsteen (ASCAP)

(Alessandro Sean Penn Dorigo)

domenica 18 maggio 2008

A forza di essere vento

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta

vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla

ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna

perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà

sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali

Versi finali di Khorakhané (A forza di essere vento) - Fabrizio De Andrè/Ivano Fossati
Album: Anime salve - 1996


Il finale di Khorakhané ospita questi versi in "romanes" (lingua di rom e gitani)
scritti da Giorgio Bezzecchi, "rom harvato" ovvero "croato" e cantati da Dori Ghezzi.

I "Khorakhané" (lett. "Amanti del Corano") sono una tribù rom musulmana
di origine serbo-montenegrina.


(Stock Buick)

lunedì 21 aprile 2008

Nord Est Pordenone

Ieri l'inserto culturale de Il Sole 24 Ore ha pubblicato questo interessante articolo di Tullio Avoledo, scrittore pordenonese.
(s.b.)

Lettera dalla città di P.
Il mio Nordest, terra straniera
Uno scrittore friulano racconta la sua giornata nel pronto soccorso di un centro industriale della regione: specchio di una società dove gli anziani e la piccola borghesia si sentono impoveriti e minacciati dagli immigrati
di Tullio Avoledo

Scrivo questa lettera da un posto che è ancora Italia ma che forse già non lo è più. Da quello che sembra in procinto di diventare, o forse già si sente, un altro Paese. Scrivo dalla città di P. (non uso il nome completo per pudore, o per un ostinato atto d'amore), in questo strano aprile che non sa trasformarsi in primavera. Scrivo con la sinistra, in una sala d'attesa del pronto soccorso all'ospedale. La destra è fasciata. Macchie di sangue filtrano attraverso le bende. Mi sono chiuso le dita nella portiera dell'auto, un'ora fa, e da un'ora attendo che un medico trovi il tempo di occuparsi di me. Deve avere pazienza, ha detto l'infermiera. Così ho slacciato la cravatta e mi sono seduto in questa strana stanza fatta a cuneo, con un distributore d'acqua vuoto e i poster che spiegano in tante lingue come funziona il servizio di pronto soccorso. Sopra ogni lingua c'è la bandierina di un Paese. Scopro così che il romeno è facile, e che anche alcune frasi in albanese sono meno ostiche di quanto mi sarei aspettato. Ho letto i cartelli per un quarto d'ora. Poi ho tirato fuori di tasca carta e penna e ho cominciato a scrivere questa lettera.
Ogni mattina, venendo al lavoro, mi colpisce la quantità di gente che si muove verso quest'ospedale, come in un pellegrinaggio a un santuario. È una folla dolente, fatta in gran parte di vecchi. Gente lenta, piegata, vestita di scuro; d'inverno sembra di vedere una foto in bianco e nero. La città che pareva nuova quando avevo vent'anni, la città cresciuta negli anni del boom, oggi è vetusta, imbruttita. I condomini del centro sono abitati ormai quasi solo da immigrati (che in città - anche a contare solo i regolari - sono il triplo della media nazionale). I negozi chiudono e vengono sostituiti da empori cinesi o da negozi etnici dietro le cui vetrine si vende di tutto, dalle scarpe al cibo in scatola. Spuntano come funghi le agenzie di lavoro interinale.
Identità confusa. I condomini del centro di P. sono abitati ormai quasi solo da immigrati. I negozi tradizionali chiudono e vengono sostituiti da empori orientali. I ricchi vanno ad abitare fuori città, in villaggi protetti da mura e telecamere
Nel fumo nero che si alzava dalle Twin Towers qualcuno colse apparizioni soprannaturali. Ma anche nel fumo che si leva dai camini e dalle strade di P. si può leggere qualcosa. Si può leggere il futuro. E non è un bel futuro. Quest'inverno il livello massimo di polveri sottili nell'aria è stato superato praticamente ogni giorno. Le malattie polmonari e cardiache sono in aumento. P. è una città vecchia, con impianti di riscaldamento obsoleti. Le sue strade sono percorse da troppe auto che avrebbero dovuto essere rottamate da un pezzo, o da poderosi Suv che non hanno mai visto uno sterrato e che in compenso bruciano un litro di benzina ogni quattro chilometri. Un potlatch mortifero, un Moloch di metallo e idrocarburi che divora la salute dei nostri figli.
Da quando sono arrivato, un'ora fa, la sala d'attesa si è riempita. Alle tre del pomeriggio conto diciotto persone. Sono quasi tutti anziani. I più giovani siamo io e una ragazzina di colore chiusa in mezzo a due genitori bianchi, ovviamente adottivi, che la soffocano di premure
molto più del gesso in cui le hanno ingabbiato un braccio. Può darsi che i due siano più giovani di me, ma hanno un'aria stanca, vestiti dimes¬si. Ogni loro gesto affettuoso brilla come un diamante nel grigiore della stanza, ma ti chiedi se sia un diamante vero o un coccio di vetro, che brillerebbe allo stesso modo. Di fronte a me c'è un uomo sui sessant'anni in tuta da lavoro, con un piede fasciato alla meglio e avvolto in una busta di plastica del Lidi, perché fuori piove. I Lidi e gli altri hard discount sono sempre più frequentati, anche da gente che fino a qual che tempo fa li sdegnava. Le tute da operaio so no invece una visione rara, in questa città che seppure è cresciuta intorno a un'industria; che è stata, per molti aspetti, un prodotto di quell'industria, la Z. Ora la Z. è proprietà di una multi nazionale svedese, e sta sperimentando tutte le variazioni possibili dell'esternalizzazione, della delocalizzazione, dell'outsourcing.,
La città di P. è un organismo all'apparenza relativamente sano, che nasconde dentro di sé un tumore. Se dovesse passare attraverso il triage di questo pronto soccorso sarebbe clas¬sificata con un codice giallo («non c'è immi¬nente pericolo di vita, ma la situazione è grave»). Mentre io ho ricevuto un codice bianco, che mi assegna un «tempo di attesa indefinito». Se il codice fosse stato verde, il tempo d'attesa sarebbe stato di due ore. Sono tutte cose che ho scoperto dai cartelli. Come stando qui ho scoperto, mio malgrado, dove hanno passato le loro vacanze le due signore dell'alta borghesia che pur potendo accomodarsi una accanto all'altra preferiscono parlarsi da un capo all'altro della stanza, raccontandosi le meraviglie di Petra e il loro scandalo per il ritorno in auge della Lega. L'operaio dev'essere un simpatizzante di Bossi, perché sentendole comincia a inveire sottovoce contro le due anziane. La bambina nera è spaventata. Ha occhi grandi, bianchi. Nel mio nuovo romanzo non ci sono più extracomunitari, per le vie di P. So¬no stati tutti sterminati. Mi chiedo se per l'uo¬mo arrabbiato che ho davanti ciò che ho descritto sarebbe un incubo o un sogno. Il fatto è che questa città, come tutto il Nord del Paese, sta diventando intollerante alla tolleranza. E vota di conseguenza.
Coi suoi proclami di solidarietà e di convivenza multietnica, la sinistra è diventata un partito di élite. I partiti popolari sono ormai altri, altri i valori di una piccola borghesia che si sente sempre più povera, sempre più minacciata. Che comprende - quando non applaude - gli omicidi di Erba. Le villette degli anni 60 magari non vengono ridipinte, ma si spendono gli ultimi soldi della pensione per dotarle di impianti d'allarme. I ricchi non hanno di questi problemi. Vivono in condomini esclusivi o in enclave come quella progettata a 5 chilometri da qui, circondata da un muro alto due metri e mezzo e vigilata 24 ore al giorno. I ricchi non fanno la spesa all'hard discount. Non viaggiano in treni sempre più sporchi e affollati, perennemente in ritardo. I loro figli studiano in scuole private. La prima linea contro i guasti di un'immigrazione incontrollata e del declino industriale sono oggi i pensionati, gli operai. Lasciati soli con le loro paure della Cina e dei Rom, o dei Romeni, o dei Romulani, o di chiunque parli un'altra lingua o abbia un altro colore di pelle. Con l'incubo di non arriva¬re con lo stipendio o la pensione alla fine del mese. Il Nordest un tempo ricco sembra la città assediata dagli zombi dell'ultimo film di George Remerò. Che lo sia o non lo sia, non ha alcuna importanza. Questo inverno ha visto il suicidio di intere famiglie a causa dei debiti, o della perdita del lavoro. La paura fa vedere mostri anche dove non ci sono. E da queste parti, oggi, regna la paura. Il benessere c'è ancora, ed è spesso ostentato, ma appartiene a un numero sempre più esiguo di privilegiati. Un giovane industriale, qualche giorno fa, lamentandosi dell'economia regionale in crisi, mi ha descritto come un modello di riferimento, quasi come un paradiso, la vicina Slovenia.
La Slovenia...
Attendendo il mio turno per essere curato mi chiedo chi curerà questo Paese. Se c'è bisogno che il codice da giallo diventi rosso perché qualcuno si preoccupi davvero. Quattro punti sistemeranno la mia ferita. Ci vorrà di più, temo molto di più, per guarire i mali della città di P.
(Il Sole 24 Ore - 20/04/2008)

giovedì 27 marzo 2008

Malaparte e Mussolini

Malaparte si volse e disse:
«Mi permetta di dire un'ultima parola a mia difesa».
«Avanti» disse Mussolini, alzando gli occhi.
«Anche oggi lei porta una cravatta orrenda».

Bruce Chatwin - Anatomia dell'irrequietezza - Cap. Tra le rovine, pag. 190 - Biblioteca Adelphy.
(s.b.)

mercoledì 19 marzo 2008

Dedica a Nadine Gordimer

DEDICA FESTIVAL - 14^ EDIZIONE
PORDENONE 5 - 19 APRILE 2008

La poetica della verità

Lo scrittore è utile all’umanità solamente nella misura in cui usa la parola anche contro le proprie convinzioni, crede che la condizione dell’essere, per come si è rivelata, abbia da qualche parte nella sua complessità, filamenti della corda della verità che potranno essere intrecciati, qua e là nell’arte: crede che la condizione dell’essere produca frammenti di verità, la parola delle parole, mai cambiata dai nostri sforzi stentati di pronunciarla e di scriverla, mai cambiata dalla menzogna, dalle sofisticherie semantiche, dai tentativi di insudiciarla per i fini del razzismo, della discriminazione sessuale, del pregiudizio, del dominio, dell’esaltazione della distruzione, dalle maledizioni e dagli inni di lode.

La poetica della verità è il tema della 14ª edizione di Dedica;
la poetica di Nadine Gordimer, Premio Nobel per la letteratura;
la poetica di una donna e di un’intellettuale per la quale “la scrittura è un’esplorazione di sé e al tempo stesso del mondo, dell’essere individuale e collettivo”.

Tra i tanti momenti che Pordenone "dedicherà" a Nadine Gordimer, particolarmente significativa sarà la presentazione del suo ultimo libro "Beethoven era per un sedicesimo nero", in programma la sera di giovedì 10 aprile, al Teatro Verdi. Prestigioso testimone dell'avvenimento Kofi Annan, già Segretario generale dell'ONU.