ANCHE L'OVVIO E' IN BILICO (CARLOS)
Visualizzazione post con etichetta social club. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta social club. Mostra tutti i post

domenica 21 marzo 2010

L'Amaca...Libera




L'Amaca


Ieri a Milano camminare nel corteo di Libera, in mezzo a un mare di ragazzi, e ritrovarsi in piazza Duomo con i parenti dei caduti di mafia, dava la sensazione consolante di vivere in un Paese ancora in piedi. Ma pur sempre un Paese dove un prete, don Luigi Ciotti, gira scortato da vent'anni per avere osato mettere in piedi una rete antimafia solida e soprattutto efficace: gente che crea lavoro e libertà amministrando i beni sequestrati ai boss, ai clan di assassini e di scrocconi che vivono alle spalle del Meridione. Lavoro contro furto, coraggio contro paura, società contro tribalismo, libertà contro servitù. In un Paese massacrato dall'illegalità e dal basso cabotaggio politico, quello di don Luigi è un esempio lampante di opposizione: perché nonostante sia, in democrazia, un vero e proprio paradosso, legalità e opposizione in Italia sono concetti spesso coincidenti.
Da quindici anni Libera commemora ogni anno i caduti di mafia.
Ora chiede di istituire ufficialmente, ogni 21 di marzo, primo giorno di primavera, una giornata nazionale in memoria di quei morti. La politica è d'accordo solo in parte: c'è una destra (per fortuna non tutta) che detesta Libera e don Luigi perché, quasi pavlovianamente, quando sente parlare di legalità pensa subito all'opposizione e ai "rossi".

Michele Serra su Republica - 21 marzo 2010

Grazie Libera, Grazie Don Ciotti


GRANDE MANIFESTAZIONE IERI IN PIAZZA A MILANO DI LIBERA. GRANDE L'INTERVENTO DI DON CIOTTI, UNA DELLE INTELLIGENZE PIU' PREZOSE DEL NOSTRO PAESE.

MAFIA: DON CIOTTI, CON CONFLITTO INTERESSI A RISCHIO DEMOCRAZIA
(AGI) - Milano, 20 mar. - "C'e' una concentrazione di potere, di monopoli e di conflitti di interesse che logorano i principi costituzionali e mettono a rischio la democrazia". Cosi' Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e' intervenuto dal palco in piazza Duomo a Milano, al termine del corteo organizzato in occasione della 15esima manifestazione nazionale in ricordo delle vittime delle mafie. Dure critiche sono arrivate dal discorso del sacerdote nei confronti della politica. "Continuiamo a chiedere alla politica di tornare ad essere politica con la p maiuscola - ha detto Don Ciotti - abbiamo bisogno di una politica che sappia fare a meno di darsi codici etici perche' deve rispondere alla propria coscienza". Poi ha dato al pubblico una valutazione della crisi economica, che secondo lui rappresenta anche una crisi "etica e politica". E' tornato piu' volte sul tema della legalita' nelle istituzioni e sulle candidature ha concluso: "I candidati non si scelgono solo in base alle vicende giudiziarie ma anche per le loro frequentazioni e i loro comportamenti".

sb

domenica 10 gennaio 2010

Chi appartiene all'Italia?

Si lamentano degli zingari? Guardateli come vanno in giro a supplicare l'elemosina di un voto: ma non ci vanno a piedi, hanno autobus che sembrano astronavi, treni, aerei: e guardateli quando si fermano a pranzo o a cena: sanno mangiare con coltello e forchetta, e con coltello e forchetta si mangeranno i vostri risparmi. L'Italia appartiene a cento uomini, siamo sicuri che questi cento uomini appartengano all'Italia?
(scritta autografa visibile sul sito della Fondazione Fabrizio De André)
s.b.

lunedì 9 novembre 2009

1989-2009

Un viaggio su una linea che non c'è più. Forse. PeaceReporter, insieme a Prospekt fotografi, On/Off e Becco Giallo apre pubblicamente da oggi il web documentario costruito dopo un mese di viaggio, oltre cinquemila kilometri percorsi lungo la linea di quella che, un tempo, era la Cortina di Ferro.
Venti anni fa le immagini delle Germanie che tornavano a guardarsi negli occhi facevano il giro del mondo. Il muro cadeva sotto i colpi dei picconi, si ballava e si stappava lo spumante. E venti anni dopo, quella riunificazione imperfetta ha vissuto tutte le travagliate tappe di un riavvicinamento e una fusione, che si sono accompagnati ai mutamenti sociali, politici, economici e finanziari.

martedì 22 settembre 2009

La morte di Sanaa

La morte di Sanaa non può essere inutile. Su questa morte tutti noi dobbiamo interrogarci e trarre una lezione.
Credo che tutti noi, italiani ed immigrati, dobbiamo essere disponibili a cambiare la nostra vita.
Quando si viene in Italia tutto cambia. Mille sensazioni ed esperienze nuove si presentano davanti alle persone che arrivano piene di speranza, ma l’Italia è un paese molto differente da quelli d’origine degli immigrati.
Da quando si mette piede in Italia nulla può essere più come prima e non si può vivere in Italia come se fossimo in Marocco, in Bangladesh, in Ghana, in Macedonia o in altri paesi.
I nostri figli vanno a scuola insieme, lavorano assieme, si parlano, si frequentano.
È inevitabile che fra di loro nascano relazioni. Per gli uomini e le donne di fede questo mescolarsi è una manifestazione della volontà di Dio. Per altri un fatto inevitabile, naturale.
La pretesa di far vivere la famiglia isolata o, al massimo, in relazione solo con altre famiglie di connazionali, è fuori dalla realtà, non ha senso, si scontra con la realtà. E genera violenza, perché i giovani figli degli immigrati non accettano di vivere da estranei coi loro coetanei. Nasce da qui la violenza, soprattutto contro le ragazze, che sono la parte più debole e nel contempo i soggetti in cui la spinta al cambiamento agisce in modo più forte, perché cambiare significa soprattutto generare nuovi esseri umani e questo è un compito che spetta alle giovani donne. È stato così per Hina a Brescia, così per Sanaa a Pordenone.
Quando davanti a noi si presentano le difficoltà a capire l’Italia ed il suo modo di vivere, noi tutti, immigrati ed italiani, dobbiamo aprirci, dobbiamo parlare ed incontrarci per discutere di queste differenze e delle diversità. Non esistono luoghi separati nei quali evitare il dialogo e coltivare la differenza e promuoverla: le case dei marocchini o dei macedoni in Italia non potranno mai essere pezzi di Marocco o Macedonia in Italia. Lo stesso Centro culturale islamico di Pordenone è un pezzo d’Italia, nel quale gli islamici debbono imparare a diventare buoni italiani senza rinunciare ad essere islamici e nel quale noi italiani possiamo imparare a conoscere l’Islam. Ovviamente il ricordo delle origini e la nostalgia del vostro paese lontano sono sentimenti necessari e che ci saranno sempre. Noi friulani conosciamo bene questi sentimenti.
Ma cosa significa aprirci? E con chi debbono parlare gli immigrati, soprattutto quando vivono una condizione di difficoltà, com’è successo alla famiglia di Sanaa?
Molti lo fanno già, con le assistenti sociali dei loro comuni. Molti lo fanno con l’Imam ed i suoi collaboratori. Altri coi compagni di lavoro, altri coi vicini di casa. Quel che chiedo a tutti è di aiutare quelle famiglie che sono più in difficoltà ad aprirsi e dialogare, come evidentemente è successo al padre ed alla madre di Sanaa.
Le assistenti sociali del Comune di Pordenone hanno da sempre un buon rapporto con l’Imam ed i suoi collaboratori. Grazie a questo buon rapporto abbiamo affrontato molte situazioni difficili e calmato molte tensioni, aiutando molti a vivere progressivamente in Italia da italiani, senza perdere alcuni principi fondamentali, come l’amore ed il rispetto per la famiglia, ma assumendone anche di nuovi, com’è per alcuni la parità di diritti e condizioni fra uomini e donne.
L’apertura al dialogo e la messa in campo di efficaci mediazioni, è un indirizzo necessario anche alle istituzioni italiane. Se ad esempio i Carabinieri ricevono la segnalazione che un padre minaccia la figlia perchè si è messa con un italiano, allora debbono sapere che si possono rivolgere alle autorità religiose della comunità di appartenenza e quali siano quelle autorità. Parlo di autorità religiose, perché ci sono altre Sanaa, figlie di famiglie cristiane dell’Africa equatoriale ed è indispensabile conoscere i pastori delle comunità evangeliche.
I sentimenti dei ragazzi si muovono molto più rapidamente della nostra capacità di costruire strumenti di mediazione. Mi ha colpito molto che, durante i funerali di Sanaa, quando l’Imam ha detto a Massimo, il fidanzato di Sanaa, che se si fosse rivolto a lui avrebbe potuto cercare un dialogo con la famiglia di lei, il ragazzo italiano abbia detto che gli pareva una buona idea, ma che non sapeva nemmeno che un Imam, a Pordenone, ci fosse. Evidentemente la stessa famiglia di Sanaa era tanto chiusa all’esterno da non far venire in mente nemmeno a Sanaa di ricorrere ad una mediazione.
L’amore che legava Sanaa e Massimo è la grande forza creativa, la parte migliore degli umani. Con l’amore noi costruiamo, con l’odio distruggiamo. Il più grande dei poeti italiani, più di settecento anni fa, ha scritto un verso magnifico: “Amor che move il sole e l’altre stelle”. Dante ci dice che l’amore muove tutte le cose del mondo.
Dio chiese ad Abramo, per misurarne la fedeltà, di sacrificargli il primogenito, Isacco. Ma nel momento in cui, affranto dal dolore, stava per farlo, glielo impedì. Qual è il significato profondo di questa storia? Io credo che Dio ci dica che la vita dei nostri figli è sacra. Anche per questo a questi figli dobbiamo dare fiducia. Essi ci ascoltano, ma soprattutto ci guardano e giudicano, capiscono se c’è coerenza fra le cose che diciamo e la vita che conduciamo. I figli si allontanano da noi, debbono farlo. Ma, se siamo stati buone madri e buoni padri, poi ritornano. Dobbiamo dar fiducia ai nostri figli, loro edificheranno un mondo molto migliore di questo nostro, pieno di violenza.
È questo il messaggio che ci lascia la storia di Massimo e Sanaa. Alla fine di tutto, resterà solo il ricordo del loro amore.

Giovanni Zanolin
Assessore alle Politiche sociali
del Comune di Pordenone


venerdì 5 giugno 2009

IL DISCORSO DEL PRESIDENTE OBAMA AL CAIRO

«È il momento di un nuovo inizio
Come dice il Corano, Dio ci guarda»

«Il "sogno americano" è vivo anche per i sette milioni
di musulmani che vivono nel nostro Paese»

Sono onorato di trovarmi nell’antichis­sima città del Cairo, ospite di due illu­stri istituzioni. Da un millennio Al-Azhar rappresenta un faro di cultu­ra islamica e da oltre un secolo l’uni­versità del Cairo è fonte e stimolo di progresso per l’intero Egitto. Insieme, queste due istitu­zioni incarnano un sodalizio tra sviluppo e tra­dizione. Vi ringrazio della vostra ospitalità, e dell’accoglienza del popolo egiziano. Sono inoltre fiero di portare con me la buona volon­tà del popolo americano e un saluto di pace da parte delle comunità musulmane del mio pae­se: Assalaamu alaykum! («Che la pace sia con voi», ndr).
Il nostro incontro avviene in un periodo di tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani del mondo intero, una tensione generata da forze storiche che travalicano l’attuale dibattito poli­tico. Le relazioni tra Islam e Occidente si basa­no su secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche su conflitti e guerre di religione. In tem­pi recenti, le tensioni sono state attizzate dal colonialismo, che negava diritti legittimi e op­portunità a molti musulmani, e dalla Guerra fredda, nel corso della quale i Paesi a maggio­ranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come semplici pedine, senza tener con­to delle loro aspirazioni. Inoltre, i cambiamen­ti profondi avviati dalla modernizzazione e dal­la globalizzazione hanno spinto non pochi mu­sulmani a vedere nell’Occidente un nemico delle tradizioni dell’Islam. La violenza estremista ha sfruttato queste tensioni all’interno di piccole ma potenti mi­noranze musulmane. Gli attacchi dell’11 set­tembre del 2001, e le ripetute azioni sanguino­se di questi estremisti contro la popolazione civile, hanno spinto una parte del mio paese a considerare l’Islam come inesorabilmente osti­le non solo all’America e ai paesi occidentali, ma anche ai diritti umani. Di qui sono scaturi­te nuove paure e diffidenze.
Fintanto che i nostri rapporti saranno fonda­ti su divergenze, daremo mano libera a coloro che vogliono seminare odio, anziché pace. (...) Sono venuto qui da voi per gettare le basi di un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulma­ni di tutto il mondo; un nuovo rapporto fonda­to sul reciproco rispetto e su interessi comuni; e basato su questa verità, che l’America e l’Islam non si escludono a vicenda e non sono in competizione. Anzi, i nostri paesi hanno in comune molti principi, i principi della giusti­zia e del progresso, della tolleranza e della di­gnità di tutti gli esseri umani. Voglio afferma­re questa verità, pur sapendo che i cambia­menti non avvengono dall’oggi al domani(...) Occorre fare uno sforzo sostenuto per ascol­tarci a vicenda; per imparare gli uni dagli altri; per rispettarci e cercare un terreno d’intesa. Come dice il Corano «Dio ti guarda, di’ sempre la verità». Sono cristiano, ma mio padre veni­va da una famiglia kenyota che vanta genera­zioni di musulmani. Da bambino, negli anni passati in Indonesia, ascoltavo l’invocazione dell’azaan all’alba e al tramonto. Da giovane, ho lavorato nelle comunità di Chicago dove molti avevano trovato pace e dignità nella fede islamica. Lo studio della storia mi ha insegna­to quanto è grande il debito della nostra civiltà verso l’Islam (...)
Ho conosciuto l’Islam in tre continenti pri­ma di metter piede nella regione che ne è stata la culla. E l’esperienza mi dice che la collabora­zione tra l’America e l’Islam dovrà essere impo­stata su quello che l'Islam è, non su quello che non è. Sarà mia responsabilità, quale presiden­te degli Stati Uniti, combattere gli stereotipi negativi dell’Islam dovunque essi si manifesti­no. Lo stesso principio, tuttavia, dovrà ispirare la percezione dell'America tra i musulmani. Proprio come i musulmani mal si attagliano a un vile stereotipo, l’America non incarna il vile stereotipo di un impero egoista (...) Ha fatto molto discutere il fatto che un afro-americano, di nome Barack Hussein Oba­ma, sia stato eletto presidente. Ma la mia sto­ria personale non è poi così eccezionale. Se il sogno americano non si è avverato per tutti in America, quella promessa esiste sempre per coloro che approdano ai nostri lidi, compresi i quasi sette milioni di musulmani americani che oggi vivono nel nostro Paese e possono vantare un reddito e un’istruzione superiori al­la media. Inoltre, la libertà in America è inscin­dibile dalla libertà di praticare la propria fede religiosa.
Per questo motivo c’è una moschea in ogni stato della nostra Unione, per un totale di oltre 1.200 luoghi di culto musulmani. E il governo americano è arrivato fino alla Corte Suprema per proteggere i diritti di donne e ra­gazze che vogliono portare l’hijab, condannan­do coloro che vorrebbero negarlo. Infine, è ve­nuto il momento di spazzar via ogni dubbio: l’Islam fa parte dell’America. Animato da que­sto spirito, desidero perciò esprimermi con semplicità e chiarezza su specifiche questioni che dovremo finalmente affrontare insieme. Il primo argomento è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho ribadito che l’America non è — e non sarà mai — in guerra con l’Islam. Siamo pronti tuttavia a combattere senza mezzi termini gli estremisti che mettono a repentaglio la nostra sicurezza. Perché anche noi respingiamo quello che tut­te le religioni respingono: l’uccisione di uomi­ni, donne e bambini innocenti. E il mio primo dovere, come Presidente, è proteggere il popo­lo americano.
La situazione in Afghanistan dimostra quali sono gli obiettivi dell’America e la necessità di lavorare assieme. Più di sette anni fa, gli Stati Uniti sono intervenuti contro Al Qaeda e i Tale­bani con un forte appoggio internazionale. Non siamo andati in Afghanistan per nostra scelta, ma per necessità. So bene che alcuni mettono in dubbio o addirittura giustificano gli eventi dell’11 settembre. Ma lo ripeto con fermezza: quel giorno Al Qaeda ha ucciso qua­si tremilapersone. Nonvoglioesserefrainte­so: non abbiamo alcuna intenzione di mante­nere le nostre truppe in Afghanistan. Non vo­gliamo insediare basi militari. L’America vive nell’angoscia di veder cadere i suoi ragazzi. (...) Saremmo felicissimi di riportare a casa tut­ti i nostri soldati se fossimo certi che in Afgha­nistan e in Pakistan non ci sono più estremisti decisi a sterminare quanti più americani possi­bile. Ma le cose non stanno ancora così. È per questo motivo che siamo affiancati da una coa­lizione di 46 Paesi. E malgrado gli ingenti co­sti, l’impegno americano non verrà meno.
Vorrei toccare anche il tema dell’Iraq. A dif­ferenza dell’Afghanistan, la guerra in Iraq è sta­ta una scelta che ha scatenato fortissime pole­miche nel mio Paese e in tutto il mondo. Seb­bene sia convinto che, tutto sommato, gli ira­cheni non rimpiangono affatto la tirannia di Saddam Hussein, credo tuttavia che gli eventi in Iraq abbiano fatto capire all’America che per risolvere i nostri problemi occorre rivolger­si alla diplomazia e costruire il consenso inter­nazionale laddove possibile (...) Ho esplicita­mente proibito l’uso della tortura negli Stati Uniti e ordinato la chiusura della prigione di Guantánamo nei primi mesi del prossimo an­no. (...) La seconda, importante causa di tensione da discutere è la situazione tra israeliani, palesti­nesi e il mondo arabo. I forti legami che uni­scono l’America e Israele sono ben noti. È un nodo indissolubile, fondato su vincoli storici e culturali e sulla consapevolezza che l’aspirazio­ne a una patria ebraica affonda le radici in eventi tragici e incontestabili. Il popolo ebrai­co è stato perseguitato per secoli in tutto il mondo e in Europa l’antisemitismo è sfociato in un Olocausto senza precedenti.
Sei milioni di ebrei sono stati sterminati, più dell’intera popolazione di Israele ai nostri giorni. Negare questi fatti è un atto di viltà, di ignoranza e di odio. D’altro canto, è innegabile che il popolo palestinese — cristiani e musulma­ni — abbia sofferto a sua volta alla ricerca di una patria. Da più di ses­sant’anni non conosce la tutela di uno Stato. I palestinesi sono sog­getti a umiliazioni quotidiane — grandi e piccole — che derivano dall’occupazione. Lo ribadisco con forza: la situazione del popolo pale­stinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle davanti alle le­gittime aspirazioni dei palestinesi di vivere dignitosamente in uno Stato proprio. L’unica soluzione è quella di far convergere le aspira­zioni di entrambi i popoli con la creazione di due Stati, in cui israe­liani e palestinesi vivranno in pace e sicurezza.(...) La terza causa di tensione è il no­stro comune interesse per i diritti e le responsabilità delle nazioni per quel che riguarda gli armamen­ti nucleari, che tante divergenze ha sollevato tra gli Stati Uniti e la Re­pubblica islamica dell’Iran. Tutti i Paesi - anche l’Iran - hanno il dirit­to di accedere all’energia nucleare a scopo pacifico, se accettano le proprie responsabilità sotto il trat­tato di Non proliferazione nucleare.
Il quarto argomento che intendo affrontare riguarda la democrazia. Negli ultimi anni, non poche controversie hanno circondato il concet­to di diffusione della democrazia, specie a pro­posito della guerra in Iraq. In questa sede per­tanto vorrei ribadire che nessuna nazione può permettersi di imporre a un’altra un qualsivo­glia sistema di governo. L’America è pronta ad ascoltare tutte le voci pacifiche e rispettose del­la legalità che vogliono farsi sentire nel mon­do, anche se siamo in disaccordo. E noi acco­gliamo tutti i governi pacifici ed eletti dal po­polo, purché siano rispettosi dei loro cittadini. Il quinto tema da affrontare insieme è la li­berà di religione. La libertà di religione è un concetto fondamentale per garantire la convi­venza pacifica dei popoli e dovremo fare mol­ta attenzione nel tutelarla.
Il sesto argomento riguarda i diritti delle donne. Respingo quanto si sostiene talvolta in Occidente, che la donna che decide di coprirsi il capo si consideri in un certo senso inferiore. Sono fermamente convinto, invece, che nega­re l’istruzione alle donne significa negar loro il diritto all’uguaglianza. Non è una coincidenza che i Paesi dove le donne godono di elevati li­velli di istruzione hanno maggiori possibilità di sviluppo. (..) Questo è il mondo che voglia­mo, ma potremo realizzarlo soltanto con l’im­pegno di tutti. Sta a noi decidere, ma solo se avremo il coraggio di impostare un nuovo ini­zio, tenendo a mente le Scritture. Dice il Corano: «Umanità, ti abbiamo creato maschio e femmina e moltiplicato in nazioni e tribù per farvi conoscere». Dice il Talmud: «La Torah intera ha lo scopo di promuovere la pa­ce ». Dice la Bibbia: «Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». I popoli del mondo sanno vivere assieme pacificamen­te. Sappiamo che è questa la volontà di Dio. E questo sarà il nostro compito sulla Terra. Gra­zie, e che la pace del Signore sia con voi.
Barak Obama
(traduzione di Rita Baldassarre)
05 giugno 2009

sb

mercoledì 27 maggio 2009

Anna è viva

ANNA È VIVA
Storia di Anna Politkovskaja, una giornalista non rieducabile
autore Andrea Riscassi

Anna Politkovskaja è la giornalista russa più famosa del mondo in quanto si è opposta platealmente al regime instaurato da Vladimir Putin. Laica e disincantata, nelle sue inchieste non temeva di schierarsi. Scegliendo sempre i più deboli e indifesi, è finita dalla parte dei ceceni, come testimone credibile proprio perché non si limitava a fare da spettatrice. Per questo Anna è stata uccisa a Mosca, in pieno giorno, il 7 ottobre 2006. Finora il suo delitto è rimasto impunito, soprattutto rispetto ai mandanti.


Interverranno:
Andrea Riscassi – giornalista Rai.
Matteo Cazzulani – presidente dell’associazione “Annaviva”.

Lunedì 1 giugno 2009

Ore 15.30 a Trieste
Aula Magna della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Via Fabio Filzi, 14. TRIESTE.

Ore 21.00 a Pordenone
Deposito Giordani, via Prasecco, 13.

lunedì 16 febbraio 2009

Un resto d'Italia

Un resto d'Italia dei giusti - «L’Italia debole, che con strenuo sforzo - in cui va compreso il tributo di una risalita coscienza collettiva, di risorse d’anima e mentali inapparenti, antiavvoltoio, di pensieri silenziosi ma renitenti ai ricatti e alle violenze verbali dell’estremismo cattolico, materialista e anticristico - ha liberato dalle catene Eluana, è un resto di Italia dei giusti, di Italia che sa giudicare umanamente e cerca la libertà nella legge, che non accetta che l’impurità più grossolanamente sofistica prevalga sulla verità semplice e pura». -
Guido Ceronetti

lunedì 1 dicembre 2008

Il Grillo emigrante...

«Sì, ho comprato un appartamento a Lugano perché se mi oscurano il blog sono pronto a ripartire il giorno stesso...».
Beppe Grillo - dicembre 2008

Però, mica da ridere...ma che bravo il nostro eroe...
da domàn anca i Buick i cercherà un attichetto a Lugàn...no se sa mai...
e dopo, vutu meter sborà, a Lugàn l'è pien de luganeghe...
Caro Grillo, vaffanculo...!

(Stock Buick)

mercoledì 23 luglio 2008

Che succede alla Apple?

La mela inizia a marcire...? Questo articolo è tratto dall'inserto Etica&Finanza del settimanale Vita. (S.B.)

CSR. Contestata la filiera del cellulare più trendy del momento
QUEL CHE NESSUNO DICE DELL’I-PHONE
di Christian Benna

Il “gioiello” della Apple viene assemblato in una fabbrica-fortezza cinese. Dove si lavora 60 ore per 75 dollari alla settimana. E anche sul resto della catena produttiva c’è mistero. La casa di Cupertino, incassa e tace...

Altro che video chiamate,surfate sul web e scaricare musica sul telefonino.
Ad iPhone City non c’è neppure il tempo per fare uno squillo a casa.
Sgobbando 15 ore al dì, risulta persino complicato consumare i pasti decentemente e schiacciare
in pace un pisolino in dormitorio, in compagnia di centinaia di persone.
Tanto più che con i 50 dollari raggranellati in busta paga a fine mese ci vorrebbe quasi un anno di salario per mettersi in tasca l’ultimo gioiello di casa Apple. Abbonamento escluso, iTunes sigillato.
Perché campano grosso modo così i 270mila abitanti-lavoratori di Longhua, fabbrica-fortezza nel cuore produttivo della Cina (a Shenzen) di proprietà della Hon Hai Precision Industry, multinazionale di Taiwan che vanta più di 20 insediamenti in tutto l’Oriente. Lì si sfornano le punte di diamante dell’elettronica di ultima generazione, designed by Apple, ma anche i pc di Dell, le Play Station della Sony le stampanti di Hewlett Packard, i cellulari di Motorola e Nokia.
Più di mille guardie di sicurezza tengono lontani da occhi indiscreti il tesoro - quotato alla Borsa di Taiwan - di Terry Gou, il grande capo e fondatore della società, del valore di circa 40 miliardi
di dollari di fatturato (10 in più di Apple), tutti esportati all’estero per la gioia - non sempre low cost - dei consumatori occidentali. A Longhua, Apple ha messo su la sua seconda casa:
iPod e iPhone vengono prodotti e assemblati qui. Ultimo anello di una lunga catena, fatta di mille componenti, ancora impossibile da ricostruire nel dettaglio.
Ma tanto è bastato per far inghiottire la “Mela” dalla tentazione del profitto a tutti i costi, dal baco della violazione dei diritti umani. Nel 2006 la multinazionale di Cupertino è stata pizzicata
per la prima volta. Un reporter britannico del Daily Mail è riuscito a intrufolarsi nella città e a farsi consegnare testimonianze di prima mano e fotografie sulle condizioni di igiene nei dormitori e sul luogo di lavoro.
Uno scandalo in prima pagina che ha subito fatto il giro del mondo.
Come era accaduto per Nike, dopo la scoperta di minori che cucivano le sue scarpe griffata in miseri capannoni cinesi, l’episodio ha acceso lo spirito di Social Responsability dei piani alti della multinazionale.
Beccata in flagrante, l’immagine soft di Apple è finita in palese contraddizione con il «Think
different» degli spot pacifisti con John Lennon e Gandhi.
Gli investigatori spediti in fretta e furia da Cupertino hanno riscontrato le violazioni dei più elementari diritti umani, almeno per un terzo dei lavoratori l’attività superava le 60 ore settimanali. La paga effettiva era di 75 dollari, 25 in più rispetto alla denuncia del giornale inglese. Il motto del Codice di condotta per i fornitori è stato riscritto a lettere cubitali («Apple non tollera questo genere di comportamenti»), minacciando severi provvedimenti.
L’audit annuale però ha cambiato poco o nulla. Perché a differenza di Nike, che si è sforzata di raccontare, sito per sito, che cosa succede sotto il tetto dei fornitori, la riconversione Apple
resta appesa alle buone intenzioni. Di tracciabilità della supply chain c’è poco o nulla, nero su bianco ci sono solo i risultati dei controlli su non specificati siti produttivi. Sul resto della filiera
vige ancora un enorme mistero. L’improvvisa notorietà ha costretto però Terry Gou a fare un passo indietro.
Da qualche mese, dopo l’ennesima incursione dei reporter (questa volta cinesi, subito messi alla sbarra con una richiesta di danni milionari), mr. Gou ha lasciato uno spiraglio aperto all’associazionismo sindacale. Ha poi incontrato la stampa internazionale,
il Wall Street Journal, e ha mostrato i progressi del suo compound da 7 km quadrati, dove ora sono allestite anche strutture di svago (fitness, ristoranti, un ospedale). Il bilancio sociale
della Hon Hanoi per ora è solo un’insegna luminosa sul sito. Ma di questo passo rischia di sorpassare Steve Jobs anche sulla Csr.

venerdì 18 luglio 2008

Sulle impronte digitali







Minori Rom, impronte digitali: Save the Children, sono altre le misure veramente urgenti ed efficaci per la protezione dei bambini Rom


Se l’obiettivo del Ministro degli Interni Maroni è di proteggere i minori Rom, le misure da mettere subito in atto e veramente efficaci sono altre rispetto a quella delle impronte digitali che, non solo appare inutile ma rischia di produrre l’effetto contrario, spingendo ancora più ai margini e nell’invisibilità molti bambini Rom e di discriminarli pesantemente.

Queste alcune delle indicazioni e commenti di Save the Children dopo le recenti dichiarazioni del Ministro degli Interni Maroni sul censimento e schedatura della popolazione Rom residente in Italia, compresi i bambini e i minori Rom.

“Save the Children ha di recente condotto una ricerca qualitativa sulla condizione delle donne e dei bambini Rom e da anni lavora, anche in collaborazione con le istituzioni della Giustizia Minorile, con molti minori stranieri o neocomunitari, anche di etnia Rom, in condizioni di particolare vulnerabilità e marginalità”, ricorda Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia.

“Alla luce di questa esperienza sul campo, chiediamo e raccomandiamo al Ministro Maroni, come già fatto con i suoi predecessori, di mettere subito in atto alcune misure che possono realmente offrire protezione e opportunità a molti minori Rom, contribuendo a farli uscire da quelle condizioni di povertà e marginalità alla base di fenomeni di sfruttamento e illegalità. Nello specifico”, prosegue Valerio Neri, “Save the Children chiede al Governo investimenti e politiche per promuovere l’inserimento lavorativo e abitativo dei Rom e il superamento dei campi Rom e della segregazione abitativa, affinché le famiglie non siano indotte dall’estrema indigenza o dalla mancanza di strutture idonee a mandare i minori a svolgere attività su strada. Inoltre chiediamo che sia data la possibilità ai minori Rom di essere inseriti in percorsi di istruzione e inserimento lavorativo e che, nel rispetto dell’obbligo formativo, possano iniziare a lavorare e guadagnare in tempi rapidi anche attraverso borse lavoro. Infine chiediamo che sia incrementato l’impiego di educatori “alla pari”, cioè di operatori che per esperienze vissute, età, nazionalità sono vicini ai minori Rom e possono quindi supportali con più facilità e contattarli e agganciarli sia all’interno dei campi che su strada”.

“Queste misure, se adottate su ampia scala e sul lungo periodo, possono veramente contribuire a migliorare le condizioni di molti minori Rom, mettendoli al riparo da fenomeni di sfruttamento e dalla caduta in attività illegali”, prosegue il Direttore Generale di Save the Children Italia.

“Al contrario, il ricorso alle impronte digitali ci sembra una misura inutile e non necessaria non solo perché non ci sembra contribuisca in modo significativo alla protezione e sicurezza dei minori ma soprattutto perché li discrimina rispetto a tutti gli altri bambini ai quali tale misura non viene applicata. Inoltre temiamo che il rilevamento delle impronte digitali potrebbe spingere eventuali sfruttatori a tenere nascosti e ancora più segregati quei minori Rom vittime di sfruttamento, rendendoli invisibili e inaccessibili a coloro – forze dell’ordine, servizi sociali, istituzioni della giustizia minorile - chiamati a proteggerli. Come Save the Children”, conclude Valerio Neri, “siamo disponibili a mettere a disposizione del Ministro Maroni le nostre competenze ed esperienze e a dare il nostro contributo in favore e a supporto dei minori Rom e di tutti quei bambini in condizioni di particolare vulnerabilità e difficoltà”.

Ufficio stampa Save the Children Italia

martedì 1 luglio 2008

Thyssen Italia

Saluteremo il signor padrone

Saluteremo il signor padrone
Per il male che ci ha fatto
Che ci ha sempre maltrattato
Fino all’ultimo momen’
Saluteremo il signor padrone
Per la sua risera neta
Pochi soldi in la casseta
Ed i debiti a pagar

Macchinista macchinista faccia sporca
Metti l’olio nei stantuffi
Di risaia siamo stufi
Di risaia siamo stufi
Macchinista macchinista faccia sporca
Metti l’olio nei stantuffi
Di risaia siamo stufi
A casa nostra vogliamo andar

Con un piede con un piede sulla staffa
E quell’altro sul vagone
Ti saluto cappellone
Ti saluto cappellone
Con un piede con un piede sulla staffa
E quell’altro sul vagone
Ti saluto cappellone

(Trad. Popolare)

Secondo la procura, i dirigenti della multinazionale si sarebbero comportati
con "superficialità e leggerezza al fine di risparmiare denaro".
Erano al corrente dei possibili rischi che correvano gli operai,
ma non finanziarono investimenti negli impianti di sicurezza
perché avevano già deciso di chiudere la fabbrica nel giro di sei mesi.

(La Repubblica)

(s.b.)

mercoledì 26 marzo 2008

Mondo

Mondo

Alcuni uomini sono migliori del mondo in cui vivono,
molti portano a casa il pareggio,
tanti altri lasciano il campo sconfitti dopo i rigori.
Ci vorrebbero più mondi per tenerli tutti,
ma viviamo tutti nello stesso,
le ricchezze comprano le povertà,
le povertà si arricchiscono di miseria.
I tempi e gli uomini cambiano,
ma le situazioni di mediocrità,
si ripresentano come il polline a primavera,
non c’è cura che sistemi le cose.
Ognuno si riconosce ed è quello che fa,
ma non tutti fanno per quello che sono,
molti seguono lo stato delle cose, senza pensarci.
Qualcuno sceglie, molti arrancano,
seguono la scia per non perderla,
a volte non c’è discesa dopo la salita.
Il mondo si divide tra quello che è,
e quello vorremo fosse l’altra metà del cielo.

(Coperton Buick)

martedì 25 marzo 2008

Generacion Y" su un server tedesco

«Anonimi censori del nostro famelico cyberspazio hanno voluto chiudermi nella stanza, spegnermi la luce e non lasciar entrare gli amici. Questo, convertito nel linguaggio della rete, vuole dire bloccarmi il sito, filtrare la mia pagina, in sostanza, limitare il blog affinchè i miei amici non possano accedervi...Comunque il tentativo di repressione è così inutile che fa pena ed è così facile da schivare che possiamo quasi considerarlo un incentivo» a sviluppare l’attività».

Yoani Sanchez, blogger cubana classe 1975, ha reso noto così al mondo che per decisione delle autorità governative gli utenti cubani di Internet non hanno più accesso da un paio di giorni al suo sito "Generacion Y", forse il più popolare dell’isola.

Diffuso attraverso un server che opera in Germania, il sito www.desdecuba.com/generaciony/ ha avuto in febbraio oltre 1,2 milioni di contatti, ma da qualche giorno chi tenta di collegarsi dal territorio cubano riceve sullo schermo una risposta di "errore di scaricamento".

Potete scriverle nel suo blog per solidarietà: sta ricevendo centinaia di messaggi, in tutte le lingue. Perchè le ingiustizie sono sentite in tutto il mondo.

(c.b.)