ANCHE L'OVVIO E' IN BILICO (CARLOS)

mercoledì 2 luglio 2008

Spirit in the night

Milano Stadio G.Meazza, Mercoledi’ 25/06/08

Il 14° sigillo mi permette di allungare, nella classifica internazionale, su Milan e Real, è il primo da blogger, il primo senza i vecchi compagni di viaggio.
Vengo ingaggiato dalla Big Joe Walter band, formazione dell’interland Veneziano, che annovera tra le sue fila loosers del Nord est, delle marche ed altre zone di confine comprese una sede a Dublino .
Walter catalizza gli avvenimenti, gestisce le risorse, in questa occasione collabora con Autovie venete per rendere scorrevole la nostra gita verso il paesotto meneghino.
Nel nostro mezzo di trasporto, vera base mobile informatica, vengono elaborati tutti i dati necessari alla buona riuscita dell’impresa, i cellulari sono intasati dalle varie richieste che riguardano il traffico, le temperature dell’aria, dell’asfalto, l’umidita’, l’umore, la pressione atmosferica, quella delle gomme, e stati d’animo vari.
Parte Badlands, Big Joe che ha acquistato i diritti per la suoneria ipotecando il suo locale, la sua casa, la sua compagna e tutta Concordia S., risponde non accorgendosi che è diffusa dalla radio, si crea un attimo di panico, per un momento pensiamo che sia iniziato il concerto, 5 ore prima, come da disposizione del comune milanese per fronteggiare un’invasione di cavallette turche.
Il tragitto che porta dal parcheggio, miracolosamente trovato subito, allo stadio, ci presenta una Milano irriconoscibile, molto verde, erba appena tagliata, costruzioni che ricordano Amsterdam, ma camminando incontriamo l’unico fuoriclasse interista vivente, che indossa la sua maglietta nerazzurra con il nome johnny ed il numero 99, ha in mano quelle bottiglie di metallo che usavano i cowboy lontani dai saloon, da come mi guarda e cammina direi che dentro non ci dovrebbe essere il Gatorade.
L’incontro con i fantas friulani è nel parcheggio dello stadio, dove le auto non sostano, e loro sono piazzati in prima fila, pronti per entrare, per uscire poi piu’ tardi. Veniamo accolti come capi di stato, le tavole imbandite di prodotti tipici fanno sentire di essere a Sauris piuttosto che al Meazza.
La presenza dell’85 mi conferisce privilegi simili a quelli del Pontefice, mi spetta l’onore della prima fetta di Prosciutto di S.Daniele seguito dall’ossocollo, tagliato con armi da guerriglia cosi spesso, che se rimane fra i denti, lo espelli la prossima tournee’.
Nella Milano da bere, la compagnia friulana, assolve al meglio il proprio ruolo.
Le chiacchiere riportano alla presenza di Springsteen a S.Remo di qualche stagione fa’, le fazioni si dividono tra l’elogio e la critica, ma prima di arrivare ad uno scontro (verbale), complice la birra che esalta il meglio di ognuno, prevale il buon umore e gli evviva per il festival e Pippo Baudo.
Non è mia intenzione recensire il concerto, il tempo m’ha insegnato che è pericoloso giocare con il fuoco tanto quanto guardare il sole, per questo rimando i fans alle testate competenti.
O si crea il giusto distacco, altra cosa che non mi compete, oppure si passa per estremisti fanatici, trasmettendo l’idea d’aver passato una delle piu’ belle serate della propria vita.
Gia’ l’intro mi colpisce, ti aspetti di vedere uscire Bruce accompagnato da Stanlio e Olio, della set list, che pare sia cambiata sul palco, mi permetto di nominare solo due canzoni quali “Racing in the street” e “Because the night”, la prima invocata spesso nel pomeriggio, e’ talmente emozionante da paralizzare i 70 mila presenti, la seconda sfoggia un lungo inizio di piano ed un assolo piroettante di Nils da portare sulla propria isola deserta.
Ritengo, ancora oggi un live di Springsteen imperdibile, tutto il concerto in piedi, pur avendo un posto a sedere, sono comunque un segno che, malgrado gli anni che passano, le vibrazioni arrivano ancora molto forte.
Ho visto(il futuro del R’n’R’?) moltissimi giovincelli, a garantire una continuazione a quelle generazioni di cinquantenni prima e quelli della mia poi, un
passaggio di testimone che non voglio ancora mollare ma stringere ancora piu’forte, e accompagnare i neofiti, come succede al vecchio ed esperto giocatore che cammina in campo e fa’ correre palla e compagni.
Per noi fans,aver assistito negli anni alle tre date nel tempio del Rock, e’ come per i cattolici ricevere i sacramenti quali il battesimo, la comunione e la cresima, quindi la prossima volta sara’ il matrimonio a garantirci un’altra grande festa.
Un’ altra canzone voglio ricordare, non perche’ sia la piu’ bella o la piu’ importante, ma perche’ questa sera ha un significato particolare, il mio spirito la invoca lungamente, lo sguardo di Springsteen incontra migliaia d’occhi ma non quelli di cui stiamo parlando, e anche un’artista s’accorge quando qualcuno che conta non c’e’, e mentre le note partono, insieme ai brividi lungo la spina dorsale, rivolgo un pensiero malinconico agli amici con i quali si condividevano queste serate, in particolare una speciale dedica, con il cuore in mano, a fratello Stock, che lo spirito della notte aiuti a riprendere quel viaggio, vista la strepitosa forma di Bruce, ancora molto lontano dal traguardo.

“Now you hung with me when all the others turned away turned up their noise
We liked the same music we liked the same bands we liked the same clothes
We told each other that we were the wildest, the wildest things we'd ever seen
Now I wished you would have told me I wished I could have talked to you
Just to say goodbye Bobby Jean”


(Coperton Buick)
foto: Corriere della Sera

1 commento:

valter ha detto...

BRUCE SPRINGSTEEN & THE E STREET BAND MILANO SAN SIRO 25 giugno 08

lunedì 7 luglio 2008


Visto che Blue non si decide a farla ed è ormai passata una settimana la recensione o almeno alcuni pensieri sullo straordinario show di San Siro li butto giù io.

Innanzitutto è stato un concerto memorabile per l’entusiasmo di tutti, in primis Bruce ed il pubblico ma anche della E Street Band che è apparsa un po’ meno “legata” rispetto al concerto milanese del 28 novembre. Non sono d’accordo con chi dice che questo è stato il concerto di Bruce migliore di sempre ma certo la gioia e la commozione e l’entusiasmo che hanno avvolto San Siro sono stati un evento biblico tanto che ad un certo punto, prima del finale con Twist and Shout, Bruce ha guardato negli occhi Little Steven e ha proferito unbelievable! Incredibile in tutti i sensi, uno show in cui Bruce è stato tutto, rocker e giullare, entertainer e songwriter, soulman e bluesman, capace di essere contemporaneamente Bo Diddley ed Elvis Presley, Bob Dylan e James Brown, Eddie Cochran e the saint of the city. Peccato non ci fosse nella scaletta a richiesta It’s Hard to Be A Saint of The City ed invece la bella ragazza delle prime fila preferisse una piuttosto anonima None But The Brave, degna solo di essere abbastanza rara ma non certo emotivamente storica. Ma i gusti non si discutono, visto che se avessero chiesto a me avrei suggerito Roulette visto che Scajola è in fregola col nucleare e magari ricordare cosa sia successo a Three Miles Island non fa male oppure Candy’s Room che Bruce ha prontamente letto nel mio pensiero e l’ha fatta senza battere ciglio. Peccato fosse nella prima parte dello show quando mi trovavo nel prato abbastanza a ridosso del palco e l’audio sembrava quello di uno scadente bootleg dei primi anni ottanta. Basso pompato, chitarre impiastrate, distorsioni a palla e la voce che si faceva fatica a sentire. Ho temuto il peggio e quasi mi mettevo a piangere, ho solo avvertito l’onda d’urto di Summertime Blues, ho fatto finta di gioire con Spirit of The Night, uno dei miei pezzi preferiti e ho cercato un rimedio all’ incapacità tutta italiana di offrire un suono come si deve rifugiandomi nelle note di Darkness. Poi ho deciso di allontanarmi e di spostarmi sulla destra del palco, più o meno nella zone delle birre ed è stato un altro concerto, il sound è migliorato, la notte è scesa, Bruce si è illuminato e San Siro si è incendiato. Libero da vincoli, da resse, dall’impegno di ricordarmi per forza tutti i passaggi del concerto, tutti i trucchi e gli assoli, cose tipiche di un recensore attento e responsabile, mi sono liberato e ho vissuto la musica di Bruce e della E Street Band come fosse stata la prima volta che la vedevo e la vivevo dal vivo.

È stata una epifania, sono nato di nuovo come springsteeniano, ho gioito come un bambino, ho ballato come uno sballato, mi sono emozionato come un innamorato, ho abbracciato e baciato la mia ragazza su I’M On Fire, ho suonato la chitarra con Because Of The Night come fossi stato al Bottom Line di New York nel ’78, sono salito in cielo quando è arrivato il sontuoso, imponente, mistico e sublime finale di Racing In The Street, roba mai sentita prima in una versione di così tanto lirismo anche se sono un veterano della Zurigo del ’81, ho scambiato la mia birra col primo che passava perché entrambi avevamo il sorriso e la felicità addosso quando Bruce cantava Long Walk Home. Mi è perfino sembrata bella Last To Die e ho goduto sia nel sentire un’altra volta, l’ennesima, l’asfalto bruciante Born To Run sia nel non sentire Thunder Road che come ho confidato ad Antonio e Matteo, lì vicini, ebbri di birra e kilometri (otto ore per venire da Portogruaro a Milano su quella infernale autostrada che non è assolutamente fatta per correre) a costo di essere lapidato da uno stadio intero, non ne posso più di sentirla, con quel coro oh oh oh thunder road oh thunder road che mi fa venire in mente l’ ecumenismo dei papa boys . Non abbiatemene a male ma preferisco il rock laico. Ho sudato l’ultima goccia di una giornata torrida con la Detroit Medley ricordandomi di tutti quei bootleg comprati negli anni settanta quando Springsteen era una cosa da carbonari ma quei carbonari sapevano già che fantastico come lui nel rock non ci sarebbe stato nessuno, nemmeno Elvis e Dylan, Young e Van the Man e poi ad un certo punto mi è venuto il magone perché quando è arrivata Bobby Jean mi ha assalito la paura, una malinconia infinita, una stretta al cuore, quasi una certezza vedendo quell’uomo così generoso e forte ma non più giovane e quegli amici ormai un po’ malconci e stanchi che facevano di tutto per sembrare quelli di sempre, che quella fosse l’ultima volta che avremmo visto Bruce con la E Street Band. Mi sono fatto coraggio dicendomi che se i Rolling Stones erano ancora in giro avrebbero potuto esserlo anche loro ma quelli hanno fatto il patto col diavolo ed invece questi sono come noi, umani, mortali, vulnerabili. Quasi uno sconforto mi ha preso, uno sconforto felice perché intanto la musica andava avanti e American Land batteva come una danza celtica di orgoglio e amore universale ma nel mio intimo sapevo che quegli uomini che stavano sul palco e avevano reso la mia vita e quella degli ottantamila presenti migliore di come era stata programmata, una volta che non ci sarebbero stati più ci avrebbero resi orfani di una delle cose più belle che l’esistenza ci ha regalato. Una volta andati avrebbero portato con sé una parte importante della nostra vita.

Che Dio o il rock n’roll renda eterni Bruce Springsteen e la E Street Band. Non è possibile vivere senza. RECENSIONE DI MAURO ZAMBELLINI