ANCHE L'OVVIO E' IN BILICO (CARLOS)

mercoledì 24 ottobre 2007


C'era una volta...

Quando era il pallone che correva,
e non i giocatori,
perchè i piedi erano buoni,
e c’erano meno dobloni.
Quando il calcio era la passione,
non lo sponsor o la televisione,
fuori e dentro il campo s’era più leali,
e comunque si vincevano i mondiali.
C’era già la moviola,
ma tutto finiva con qualche parola,
erano già nati i processi,
ma contenuti e senza eccessi.
C’erano giornalisti improvvisati,
ma non opinionisti scriteriati,
la professione era più sincera,
se la partita la raccontava Gianni Brera.
I commenti erano fatti di parole,
non di idiozie scambiate con le pistole,
al massimo qualche battibecco,
ed un saluto partenopeo da Luigi Necco.
Ma il calcio non prende più il volo,
è un pallone che si sgonfia da solo,
la Ferrari diventata una cariola,
subirsi i Biscardi e Moggi,
e rimpiangere quel genio di Beppe Viola.

(Coperton Buick)

martedì 23 ottobre 2007


Quando Pat uccise Billy
Liberamente ispirato al film "Pat Garrett e Billy Kid" di Sam Packinpah

di Alessandro Sean Penn Dorigo

PAT

Maledetto posto, Maledetto vecchio. È rimasto li a fissarmi in silenzio per ore senza dire una parola, con quella bocca storta e gli occhi da pazzo, quasi gli avessi ammazzato suo figlio. Se ne andato finalmente. Gli altri sono ancora qui. Sguardi fissi nel vuoto, senza più parole né gemiti, solo odio. Odio. Ma non fa differenza, ragazzo. Ti ho ficcato un proiettile calibro 45 dritto nel cuore, e a guardarti li disteso a terra, morto stecchito, non sei diverso da tutti gli altri cadaveri che ricoprono questo mondo di merda. Sento freddo, sono tutto intorpidito, ma non riesco ancora ad alzarmi. Penso a fatica, troppo silenzio, solo un cane che abbaia lontano e i rumori del giorno che arriva piano. La ragazza messicana ti siede accanto e ti accarezza il viso senza piangere.
Non mi muovo. Il metallo della pistola mi gela le mani ma non posso spostare un muscolo.
Non fa differenza Billy. Quando fa chiaro, lucido gli stivali, sistemo la giacca, monto sul mio cavallo e me ne torno giù in città a riscuotere il mio denaro, la mia stella e la mia vecchiaia. E sì amico, questa è la verità, tu sei morto, io sono vivo. Potevi andartene Billy, ti ho dato tutto il tempo che ho potuto. Quando sei scappato dalla prigione di Lincoln lasciando dietro a te due cadaveri ho sorriso. Ho cavalcato per il paese a cercarti senza fretta, sperando che sparissi da questa terra che non è più tua. Ora non fa differenza.
Quando tra vent’anni sarò ricco e vecchio cadente, seduto in poltrona con la pipa carica del miglior tabacco e una giovane senorita mi servirà il caffé, di questa schifosa notte non avrò ricordo.
Perché solo quello conta. Non ha importanza chi sei o cosa fai, l’importante è restare inchiodati al suolo il più a lungo e con più soldi possibile.
Ora basta, sta sorgendo il sole. Tra un momento porterà un po’ di calore a queste vecchie ossa, ma fino ad allora, credo che starò qua seduto ancora qualche minuto in silenzio, ad assaporare questo odio che mi avvolge e mi da coraggio.

BILLY

Entriamo. La stanza è fredda. Sfrego un fiammifero sul cuoio della fondina e accendo la lampada bruciandomi leggermente le dita sul vetro. Guardo la vecchia panca, il muro scrostato, il letto scuro con sopra la coperta di lana. Sento la voce del vecchio che arriva dall’altra stanza. Racconta della notte in cui il giovane Tom mise un serpente a sonagli nel sacco di Frank perché sospettava gli avesse rubato il cavallo. Frank fu morso alla nuca e morì. Antica storia sentita molte volte, ma il vecchio e stato gentile, ci ha fatto entrare e ci ha dato il suo letto. C’è un buon odore di pane e di stufato che arriva dalla cucina e l’ipnotica litania della voce sdentata del vecchio. Chiudo la porta e la guardo. Lei, è da quando sono tornato dal Messico che non mi toglie gli occhi di dosso, sorride, mi porta il piatto più buono, l’acqua più fresca, la bottiglia migliore. Si siede sul letto e si spoglia lentamente. Abbasso lo sguardo e smetto per un attimo di respirare, è bellissima. Quando al buio si stende sopra di me non sento più le voci. Sono settimane che dentro la mia testa vuota, voci lontane mi ripetono la stessa ballata, una lenta canzone che parla di questo sgangherato paese e di come sono cambiate le cose, che devo andarmene altrimenti mi prenderanno e mi impiccheranno. Pat ci ha già provato una volta. Mi ha portato a Lincoln e ha fatto costruire una bella forca. Io sono ancora in giro e Lincoln piange due suoi emeriti cittadini. Ho provato ad andarmene, sono stato in Messico per un po’. Non fa per me il Messico, non c’è niente da fare lì, e poi odio quelle schifose tortiglias e la maledetta tequila. Buona solo per i mezzosangue.
Mi perdo tra i sui capelli sparsi sul mio torace, sento le lebbra bagnate, mi sussurra qualcosa, non capisco più nulla. Pat, forse sei fuori nella notte a fiutare il mio odore, ti sei messo il vestito da damerino per celebrare il mio funerale, Pat, il fratello venduto ai proprietari terrieri che hanno fatto di questo paese un recinto dove rinchiudere bestie, e uomini come me. Bevi un bicchiere alla mia salute, amico, io sono più vivo che mai. Si alza sopra di me, si porta le mie mani sui seni e si muove piano. Per un attimo apre gli occhi e mi sorride. Ti amo senorita. Come amo cavalcare in questa terra sterminata, come amo il ricordo di tutti i posti dove sono stato, i miei compagni di bevute e le notti attorno ad un fuoco giù, sulla riva del grande fiume Bravo. Ti amo come amo guardare la mia foto sopra la scritta “vivo o morto”, come ho amato ficcare una pallottola nel cervello a tutti quei bastardi cacciatori di taglie. Mi è piaciuto anche restituire gli spiccioli a Bob. Due cose adorava quello stronzo della sua misera vita, Gesù e la vecchia doppietta caricata a spiccioli. Non credo che Bob sieda vicino al suo Gesù adesso, ma di sicuro gli spiccioli se li tiene ben stretti.
Mi si stende accanto, i capelli le coprono il viso ma i suoi occhi brillano alla luce della lampada, non dice niente, respira piano. Mi bacia a lungo, un bacio caldo e disperato, un addio eterno, triste. Forse ha sentito qualcosa. Mi vesto al buio guardandola dormire, la testa sprofondata sul cuscino, i capelli neri, lunghi. Adios senorita, me amor.
Apro la porta, il vecchio dorme sulla sua poltrona sfasciata russando piano. Non stà mai zitto il vecchio. Esco sul portico e guardo la strada vuota. Un rumore alle spalle. Un brivido mi sale alla schiena, non è il freddo. Provo a estrarre.
I giornali hanno scritto che Pat ha sparato due colpi. Il primo proiettile mi ha spaccato il cuore e prima di sbattere a terra ero già morto. Strano, dicono che un istante prima di morire ti scorre davanti tutta la tua vita.
A me non è successo, forse la mia vita è stata troppo breve. No. L’ultima cosa che ho visto cadendo è stata lei nuda che sorrideva sopra di me, e il vecchio che svegliato dallo sparo riprendeva la sua sdentata cantilena di mandrie e cavalli.


Fuggite, amanti, amor – Rime e Lamentazioni per Michelangelo


Con questi versi ci addentriamo nell’insanabilità del desiderio amoroso..nella sua terribilità, che anelando all’unione porta alla conoscenza della separazione..non si è mai così soli, come da innamorati..la nostra individualità non ci fa mai così male, come nella tensione, nell’anelito all’unione..

(Vinicio Capossela)
Foto: viniciocapossela.it

domenica 21 ottobre 2007

giovedì 18 ottobre 2007

Ricordo

Venticinque anni fa, il 17 Ottobre 1982, moriva stroncato da un infarto e da campione del mondo, una delle più grandi firme del giornalismo calcistico, nonché sceneggiatore con Mario Monicelli, co/autore di canzoni con Enzo Jannacci (vedi quei che…), e scrittore di molti testi comici per l’allora covo dei cabarettisti, il Derby di Milano.
Un affettuoso ricordo per quel mostro di ironia ed intelligenza che è stato il Sig. Beppe Viola.
Mi auguro che, prossimamente su queste pagine, il personaggio possa essere approfondito come merita.

(Coperton Buick)

martedì 16 ottobre 2007

Amici, un fià de schèi...


Amiçi,
Un fià de schèi,
Par tirar 'vanti,
No' xé miga massa.

E una doneta,
Che riçeva
I nostri basi.
Co' quel gusto,
Che ghe serve
Par donarli,
No' xé miga massa.

Ma un fià de vin,
Amiçi
Co' no' ghe xé né schèi né amor,
O anca se i ghe xé,
Un fià de vin bevùo tra amiçi,
Un fià de vin,
E ancora un fià de vin, amiçi,
No' xé miga massa.


Giacomo Noventa - Amici, un fià de schèi... "Lo Specchio", Mondadori, 1960
(C.B.)

lunedì 15 ottobre 2007

Charlie il clown

Charlie è un lavoratore circense da quasi 40 anni, ha prestato il suo servizio in vari circhi italiani ed europei garantendo sempre dedizione e generosità.
Il suo vero nome è Carlo Clovis, nato a Paularo da emigranti canadesi, operaio il padre all’acciaieria di Tolmezzo, mezzadra la madre che divideva il suo tempo tra il grano e le grane per tirar avanti la famiglia.
Non propriamente figlio d’arte, Carlo cominciò ad interessarsi al suo futuro attraverso il cinema comico muto, ancora oggi dice che quei attori esprimevano in ugual misura un senso di tristezza e gioia che non avrebbe più trovato in nessun altro, se non in qualche suo personale maestro.
La tristezza è stata una questione ereditaria, i genitori carnici non erano abituati a ridere, al massimo riuscirono ad esprimere una smorfia tra il ridicolo ed il tragico il giorno del loro matrimonio.
Non c’era tempo per ridere, si doveva lavorare duramente, il divertimento significava essere persone poco serie e ancor meno credibili.
Carlo quindi, ci mise molto del suo, il primo terreno d’allenamento fu il campo di mais dove si nascondeva per provare le prime capriole.
Quando l’autunno seccava le foglie delle pannocchie, le usava come riempimento per le scarpe del nonno, grandi come canoe, che calzava per muovere i primi passi.
La cosa più difficile da reperire erano i trucchi per il viso, la mamma Onorina ovviamente non ne aveva, una donna carnica non li usava, lei era tutta d’un pezzo, dura come il granito e forte come un mulo.
Carlo s’ingegnava con infusi d’ortiche, castagne e zucche, che una volta raffreddati, creavano una pastella gommosa d’appiccicare al viso.
Da vecchie sedie, usate dalle galline per le uova, prendeva la paglia della seduta per improvvisare una parrucca.
Il pezzo forte era l’abito, ricavato squartando sacchi di farina, ricuciti con materiale usato per legare la vite, tappezzato da ogni cosa colorata, cartoncini, pezzi di vetro, e quattro enormi bottoni verdi strappati dal cappotto di nonna Lodovina, che da quel giorno lo indossava incrociando le braccia, anche quando doveva segnarsi la croce in chiesa, la domenica.
Per guardarsi usava quello specchio rotto e anticato dal tempo, appeso alla porta della legnaia, che il padre Vittorio usava per radersi, ungendo la lama da barbiere nella tinozza d’acqua e schegge di sapone di Marsiglia.
Nella stessa schiuma immergeva il viso per detergersi, per poi asciugarsi con quel asciugamano che tutti usavano per scopi diversi, che si reggeva ormai in piedi da solo.
Il primo camerino era uno spazio ritagliato tra pale, picconi, rastrelli e mangimi per gli animali, il porcile confinante dettava i tempi d’apnea.
I fan antesignani, non paganti, furono i cani di casa Clovis, accompagnati da qualche randagio che si fermava dove c’era la possibilita’ di una risata ed un tozzo di pane.
Con gli anni la passione sbocciò come i tulipani in primavera, Carlo non poteva e non voleva più nascondere la sua vocazione, in contrasto con i coniugi Clovis, causa la loro carnicità ed appartenenza territoriale.
Un figlio, l’unico maschio dopo tre femmine, strappato all’agricoltura e considerato lo scemo del villaggio.
Tra un compleanno ed una sagra, il Carletto riuscì nell’impresa di piangere per far ridere, divertire bambini e commuovere adulti, dai cortili alle piazze per poi entrare nella casa che gli spettava, il circo.
Quei lunghi solchi sul viso raccontano una vita, sono stati di tutti i colori e hanno cambiato l’umore di chi l’ha incontrati.
La più grande tragedia per un clown, però, si consuma in camerino, quando entri per iniziare o esci a fine spettacolo.
C’è un momento in cui la solitudine e la tristezza sono così presenti da sentirne l’odore, ti rapiscono per un momento così breve da sfiorare l’eternità.
Quel momento si ripete come il respiro, passi dall’ilarità al silenzio, dagli applausi alla commiserazione di essere intrappolato nel personaggio, che volevi fin da piccolo, che oggi butteresti nel cestino.
Il traguardo è ormai visibile perchè la pensione è vicina, calerà il sipario, in camerino la foto di Buster Keaton appesa al muro finirà, insieme alle solite cianfrusaglie, nella valigia dei ricordi.
Ma cosa farà un clown a fine carriera se non il clown?
Questo mestiere ancor prima d’essere un lavoro è una missione, un tormento che ti colpisce come un virus, la maschera non puoi nasconderla o eliminarla, perchè non è la seconda pelle bensì la prima.
La prossima estate riprenderanno le sagre, e c’è da scommetterci che lo ritroveremo in qualche piazza attorniato da urla di bambini festosi, insieme a qualche vecchio paesano, mai mosso dal paese natale, contento che Carletto il pagliaccio, sia tornato a casa.

(Coperton Buick)

giovedì 11 ottobre 2007

News on tour

Viste le numerose le richieste di biglietti (sold out per tutte le date stabilite) e dopo una breve sosta nel mese di novembre utile al tagliando di strumenti, telefoni, computer, penne, matite, gomme, rasa erba, scope, pentole, bottiglie…ecc…..
i Buick hanno deciso di programmare alcune date a dicembre.
Il posto scelto è il tempio della musica pordenonese dove le nostre star non suonavano dal 1977.

Ecco il dettaglio tecnico delle nuove date:

Venerdì 21 Dicembre - Adriano Cal Football Center
Sabato 22 Dicembre - Adriano Cal Football Center
Domenica 23 Dicembre - Adriano Cal Football Center
Lunedì 24 Dicembre - Adriano Cal Football Center
Special guest Uto Ughi on violin
Martedì 25 Dicembre - Adriano Cal Football Center (doppio appuntamento)
Ore 10.30 primo show tipo allievi regionali
Ore 15.00 secondo show tipo prima squadra
Special guest Aldo Bufaldo on vocals
Mercoledì 26 Dicembre - Adriano Cal Football Center
Special guest Milli Formilli on trombet

mercoledì 10 ottobre 2007

Nello el muradòr

Nello taca col ciaro,
e finisse col scuro,
el so duro mestier,
quel del murer.

Le sempre par primo in cantier,
matita rossa drio la recia,
un metro de legno tal taschin lateral,
el bocia de quattordese ani come manoval.

La borseta del pranso,
co la bottiglia de vin che spunta fora,
la gamela co la pastasuta,
che sarà cola quando le ora.

El pendolin col fil blu,
par metter el muro in bola,
n’estate in cantier,
val più de ani de scuola.

El geometra col progeto,
e par tutto perfeto,
ma Nello a ocio,
ghe trova el difeto.

Ma l’arte, l’ingegno e mestier,
no fa la profession perfeta,
se no te riesi a farte el capel,
co la pagina de la gaseta.

(Coperton Buick)

martedì 9 ottobre 2007

9 Ottobre 1963

“Quanto pesa un metro cubo d’acqua? No, no, non preoccuparti di rispondere esattamente. Basta che ci mettiamo d’accordo.

Un metro cubo d’acqua? Mille chili, una tonnellata. Una tonnellata va bene? Le frane le misurano a metri cubi. Il metro cubo è l’unica cosa che resta fissa, perché poi la densità, e il peso, cambiano.
[...]
9 ottobre 1963. Dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccano tutti insieme 260 milioni di metri cubi di roccia. Duecentosessanta milioni di metri cubi.

Vuol dire quasi sei volte più della Valtellina. Vuol dire seicento volte più grande della frana della Val di Stava. Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, solo la metà scavalca la diga: solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè.

Duemila i morti. La storia della diga del Vajont, iniziata sette anni prima, si conclude in quattro minuti di apocalisse con l’olocausto di duemila vittime.

(Marco Paolini) - "Il racconto del Vajont" Garzanti
Foto: misteriditalia.com

domenica 7 ottobre 2007

Omaggio a Primo Levi

La guerra


Donne e uomini,
che partono senza tornare,
è guerra.

Bambini che nascono,
senza crescere,
è guerra.

La neve,
che non fa camminare,
è guerra.

Gli occhi,
aperti di notte,
è guerra.

Una croce,
che stringi nel pugno,
è guerra.

La foto,
piegata in tasca,
per capire che finirà,
la guerra.

Fantasmi che,
restano nella testa,
è guerra.

(Coperton Buick)

venerdì 5 ottobre 2007

Sono giorni lenti Amilcare…goditi questa pioggia che arriva da lontano, da chissà dove…se guardi stai vicino a ciò che guardi…se ascolti ascolta il rumore della strada…non comperare il giornale oggi, stai fermo vecchio ignorante…fermo, tieni i soldi in tasca…non c’è nulla in questa mattina d'autunno che valga la pena d'esser letto…non c’è notizia che sia notizia…non c'è notizia che ci cambi la vita...la vendemmia è già andata… i corridori non passano, non passano più…annusa piuttosto l’aria che il pendolo muove, è aria del tuo tempo vecchio balordo…aria, aria Amilcare…senza muoverti vola via…stai fermo e vola.

(Stock Buick)

mercoledì 3 ottobre 2007

Scoop

Dr House e Stock Buick sorpresi recentemente in un negozio di biancheria intima per signore.

(Ansia Press Agency)

Veti e divieti

Il fumo fa male, anzi uccide come viene scritto sui pacchetti di sigarette, il fritto fa male, il vino fa male, la droga fa male, la chiesa fa male.
Premesso che le cose che seguono non sono frutto di mie fantasie morbose, ma documenti, testimonianze e filmati trasmessi da “Exit” sul canale televisivo La Sette.
Mi assumo, quindi, la sola responsabilità di esprimere un’opinione, giusta o idiota che sia, da libero cittadino.
La chiesa fa male a non ammettere quello che accade al suo interno, dove masturbazione, omosessualità, sadomaso sono pratiche ricorrenti e purtroppo diffuse tra i religiosi.
È severamente vietato il preservativo, il virus dell’Hiv è cosa che colpisce Marte e Giove, il pianeta terra è immune da tale calamità.
L’amore o il sesso, la lussuria vanno consumati, all’interno di un’unione chiamata matrimonio (le altre non sono riconosciute), solamente al fine della procreazione.
Gli spermatozoi devono essere possibilmente di centro, e solo uno, il più meritevole, caritatevole, e fedele ai principi cristiani, avrà l’onore di generare nuova vita.
Il divorzio fa male, se una coppia sposata va’ in crisi, bisogna trovare la via ed il modo per riallacciare i cuori, perchè l’uomo non può e non deve dividere ciò che Dio unisce.
L’aborto fa male, la vita è considerata tale da subito, oserei dire dal momento dell’eiaculazione, quindi tutto quello che succede dopo è manipolazione e peccato.
Lo studio degli embrioni del tipo chimera o similari non è ammissibile, perchè si toglie vita alla vita, non importa se gli scienziati trovano delle soluzioni per combattere le molte malattie degenerative, di cui siamo sempre più vittime.
Si sfidano scienza ed etica, intente ognuna, a tradurre i propri dogmi in verità assoluta.
Vorrà dire che i nostri malati, i bambini malformi li porteremo tutti in vaticano, dove i religiosi sapranno curarli e stimolarli solo con la forza della fede, unica virtù capace di guarire le avversità del vivere.
Sempre che tali religiosi non siano troppo impegnati in altre attività, che il sol pensiero mi fa venire il vomito.
Le scuole e gli oratori si sono riaffollati di bambini, e l’angoscia mi porta il cuore in gola, libera nos a malo.
Se Yehoshua Ben Yosef avesse previsto tutto questo, la croce, prima che diventasse il suo flagello, l’avrebbe messa in culo a Pilato e ai suoi amici romani dell’epoca.

(Coperton Buick)

domenica 30 settembre 2007

Il vecchio del grano


Fermo sul ciglio del viale,
lo vedo nella stradina bianca di fronte,
seduto e appoggiato alla grande quercia,
con lo sguardo fisso verso il campo.

Con un bastoncino in mano disegna sulla terra,
in attesa che il tempo non passi invano.
La tesa del cappello ha la pendenza giusta,
per non alzare troppo la testa.

Non mi vede ma sente che sono lì,
con un lento movimento del braccio disoccupato mi trova,
e mi indica quello che sta facendo.

Forse è lì per guarire, o in attesa di morire,
non ho decifrato il suo gesto,
sono lontano dai suoi occhi,
e dai suoi anni.

Il gesto della sua mano,
come un mirino che punta lontano,
mi dice che il vecchio,
guarda crescere il grano.

(Coperton Buick)

giovedì 27 settembre 2007

Sean

Nel 2003 è andato a Bagdad e da molti è stato visto come un traditore.
Quali riflessioni ha fatto? E cosa pensa di quelli che sostengono che l’appoggio degli attori a varie cause inneschi una reazione negativa?
“Il mio cuore è a pezzi.
A causa di un gruppo di criminali al potere, il nostro paese è stato devastato.
Abbiamo perso l’appoggio del mondo, i nostri figli e le generazioni future ne pagheranno le conseguenze.
Quanto alla reazione, mi pare una considerazione irrilevante.
La cosa che ci accomuna tutti è che prima o poi moriremo e allora tanto vale dire quello che pensiamo finchè siamo vivi.”
Ha mai pensato di scomparire per tutti come McCandless? (protagonista del suo ultimo film)
A volte ci penso, ma ho dei figli.
Penso piuttosto che dobbiamo imporci di uscire dalle nostre sicurezze, dalla nostra zona di comfort.
E che più siamo schifati da quello che ci circonda, più dobbiamo restare dentro e combattere.

Estratto dell’intervista a Sean Penn (“La Stampa” - 20/09/07)

(C.B.)

mercoledì 26 settembre 2007

L'Organizzazione Mondiale della Felicità

L'OMF (Organizzazione Mondiale della Felicità) comunica i nuovi provvedimenti emanati dal Governo Supremo della Felicità.
Bonificare l’alito pesante nei confessionali, lottare contro la discriminazione dei gruppi corali, dare agli anziani bocce più leggere.
Sono ancora questioni aperte ma con il sorriso tutto si risolverà e la felicità aumenterà.
Usurpare consenso usurpare consenso usurpare usurpare usurpare. Usurpati che il ciel ti usurpa. Persistono, ma non scassano la minchia più di tanto, alcune sacche di opposizione biodegradabile. Vecchi acari imbolsiti, sistemisti esauriti, coltivatori reietti in prova, sottointendenti della prugna in fiore sognano ancora una coalizione a larghe intese, un’intesa a larghe vedute, vedute promiscue su cosce aperte.
Spazio tempo, spazio tempo, relatività, spazio tempo. It’s time, time, time.
L'Organizzazione Mondiale della Felicità augura all'umanità tanta tanta felicità.

(Stock Buick)

martedì 25 settembre 2007

A proposito di...Grilli e grilletti...

Riporto questa riflessione di Massimo Del Papa
(Stock Buick)


Andateci voi, tutti


E no che non lo vedo Santoro, mi dicevo, perché è una festa in famiglia tra lui, Travaglio che per riconoscenza s'è tinto i capelli dello stesso colore, quella erinni inacidita della Guzzanti e il Grillo oversize convitato di pietra. Ma poi in questa compagnia di faziosi trovo Giovanni Sartori, uno che incanta ogni volta che parla (anche nell'ironia, mille volte più devastante delle grossolanità grilline), e allora mi faccio violenza. E così me li trovo in azione i grilletti, eccoli intasare la sacra piazza, a Bologna, e all'appello dei pregiudicati scandito dal santone, fischiare a senso unico: a pioggia per i vari Bossi, Borghezio e Pomicino, per niente, in omertoso silenzio verso i terroristi di estrema sinistra e i campioni da centro sociale. Un silenzio così religioso che ci senti volare le bandiere di Che Guevara.
Vedendolo e soprattutto sentendolo, Grillo, si prova paura perché si capisce che è un esaltato fuori controllo che eccita masse in cerca di controllo, disposte a ridere e odiare a comando. Le fregnacce che emana quest'aspirante Caudillo del Tigullio, per esempio sull'ambiente, sulla tav, sono spesso ipocrite, la tav avrà un impatto contenuto sull'ecosistema che d'altra parte contribuirà a decongestionare, e lo sanno tutti, ma non è questo il punto, il punto è gli integralisti ambientali rispondono sempre “no” a tutto, a prescindere, per vezzo ideologico, anticapitalista, sul presupposto che una società mondata dal capitalismo, diciamo meglio: una società schiettamente comunista risolverebbe in partenza le emergenze inquinamento, surriscaldamento, fame nel mondo, carestie, guerre, criminalità e mafia come pare a Saviano (a proposito, vi sarete mica persi lo spottone delle Jene, Italia 1, Mediaset, dove si sbandierava il libro di Mondadori: che pacchia, 'sta lotta al capitale nel culo del capitale).
Ma allora come mai il comunismo è franato su se stesso mentre la democrazia liberale, rappresentativa che i grilletti credono di odiare tanto, senza sapere perché, s'è imposta ovunque – Sartori docet - senza colpo ferire? Come mai le mafie precedono il capitalismo moderno di due o tre secoli? Come mai i Paesi che più hanno saccheggiato il rispettivo ambiente sono, storicamente, quelli comunisti a diseconomia pianificata? E senza il capitalismo (che non è nemmeno parente del liberismo demenziale teorizzato oggi), chi avrebbe pensato, creato, venduto i computer che tanto piacciono alla setta grillology?
Tutte questioncelle che non sfiorano gli scemi del villaggio o dei meet up, li infastidiscono, se gliele poni loro urlano e ridono più forte perché non vogliono farsi problemi, loro vogliono azzerare tutto, distruggere tutto, sono fermi al sovversivismo estetico anni Settanta, all'equazione ambientalismo uguale paleomarxismo. Nel compiacimento mellifluo di Santoro, un altro al cui cospetto si fischia a senso unico e non c'è Sartori che possa insegnare un po' di educazione democratica, per esempio non confondendo regimi politici e sistemi economici, correlativi ma distinti: usare come sinonimi democrazia e capitalismo, come antipodi liberalismo e dirigismo economico, è una confusione somma in cui possono sguazzare i grilletti.
E sentire Grillo attaccare come leccaculi i giornalisti che da giorni si occupano solo di lui e delle sue escandescenze, sentire Travaglio far la morale di rigore giornalistico e poi glissare sul gran casino combinato dall'amico, che lo vuole ministro della Giustizia, circa la legge Biagi, sentire il vittimismo aggressivo della Guzzanti che può far trainare, lei sola, il suo filmetto in prima serata dalla Rai, sentire Santoro tuonare contro l'invasività dei partiti, misteriosamente morti e insieme onnipotenti, lui che da un partito è stato imposto all'Europarlamento per poi venire riammesso nella Rai partitocratica, viene da mandarli tutti grillisticamente a fare in culo. Visto che oggi pare la massima espressione democratica.
Massimo Del Papa

Massime o Minime

Il vino può diventare aceto, mai il contrario.

Solo i merli invecchiando restano neri.

Far stare fermi i bambini, far correre gli anziani e zittire le donne sono cose, scientificamente, impossibili.

Non è vero che tutti gli uomini, ai semafori, si curano il naso con le dita, molti lo fanno in corsa.

Non tutti usano la testa, a molti serve solo per dividere le orecchie.

In generale si dice che l’erba del vicino…., a Ranzano ultimamente si dice che l’erba è veramente diversa, quando poi cuoce nel forno assieme alla torta, rilascia un profumo che inebria.

Coperton Buick
Soldi, Soldi...
(Inno Patriottico)

Soldi, Soldi, vegna i soldi,
mi vui venderme e comprar,
comprar tanto vin che basti,
‘na nazion a imbriagar.

Cantarò co’ lori i beve,
bevarò se i canterà,
imbriago vui scoltarli,
imbriaghi i scolterà.

Ghe dirò na’ paroleta,
che ghe resti dopo el vin,
fioi de troie, i vostri fioi,
Gavarà ‘l vostro destìn.

Soldi, Soldi, vegna i soldi,
mi vui venderme e comprar,
comprar tanto vin che basti,
‘na nazion a imbriagar.


Giacomo Noventa

(C.B.)

venerdì 21 settembre 2007

Scrivere

Scrivere è per me,
ispirazione che crea l’idea,
che passa dalla testa al foglio,
e spesso arriva senza inchiostro.

Coperton Buick